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Il Re CenZore

se ne sentiva proprio la mancanza...

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Monuments men, Clooney vanitoso

Monuments men, Clooney vanitoso
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"Volludo". Siamo sulla terrazza di un grattacielo che domina un paesaggio mozzafiato, capolavori dell'architettura urbana supermoderna incastonati ad arte nel paesaggio naturale fornito dalle mille sfumature d'azzurro del cielo dolcemente infuocato da un tramonto. Il nostro uomo è lì, seduto su una poltrona e si ritrova davanti una donna stupenda. Non è l'unica, lì intorno pare ci siano solo donne stupende. Lui è un superdivo di Hollywood, attore sceneggiatore e regista che ha preso parte a decine (centinaia?) di pellicole di successo, eppure quelle megastrafighe non lo riconoscono. Tuttavia, essendo lui l'unico uomo nel circondario, è pure bello, simpatico e affascinante, il gioco dovrebbe essere fatto. E tutto quello che lui riesce a dire è "Volludo". Ma che cazzo vuol dire Volludo? Infatti la tipa si alza e se ne va. 

La storia di George Clooney regista è tutta qua. Ha tutto quello che si potrebbe desiderare, e in più la velleità di raccontare delle storie, e lui che fa? Ce le ammorba con le sue considerazioni sul mondo, sulla filosofia e, in questo caso sull'arte.
Già, l'arte. Per un americano pieno di soldi, fighetto e trendsetter a suo modo, cos'è l'arte? Una cosa che uno si parte dai Wisconsin per finire in una Chiesa di Bruges solo per guardare da vicino la Madonna con bambino di Michelangelo e scriverlo su twitter. Nella mentalità superiore di un americano colto, che guarda solo film d'autore (rabbrividiamo), ascolta smooth jazz e beve vino della California che sa solo di legno, lo stereotipo dell'Italia non è pizza&mandolino, ma Michelangelo&Caravaggio, ovviamente spogliati del loro autentico senso storico e culturale. Non rimane altra spiegazione sul perchè Clooney abbia tirato fuori un film fiacco e, diciamolo, banalotto da una storia che avrebbe potuto rappresentare ben altro. Il cast è ottimo, i capolavori cui si fa riferimento sensazionali e l'ambientazione affascinante. Ma la storia non ha il tempo di svilupparsi perchè interpuntata insopportabilmente dalle riflessioni di Clooney che si erge ora a professorone socratico quando si inerpica sul discorsone sul perchè una task force dovrebbe correre in Europa a salvare le opere d'arte, ora a filosofone esistenzialista quando ci ammorba con la questione se un'opera d'arte debba valere una vita umana. Tra gli sbadigli causati da tali escursioni colte, a momenti ci perdiamo il primo morto del film, ma poco male, non avevamo ancora avuto il tempo di affezionarci al personaggio. Neanche il tempo di capire bene cosa stia succedendo sullo schermo, e la scena salta da un punto all'altro dell'Europa in fiamme per il ritiro delle truppe naziste. Così ci perdiamo il perchè Matt Damon alla fine rinunci all'occasione di passare una notte romantica con Cate Blanchett, un po' imbruttita dal trucco per riproporre, ancora, lo stereotipo della professoressa francese curatrice di un museo, ma pur sempre Cate Blanchett! Ma ecco arrivare il pippone di Clooney che spezza il ritmo e il romanticismo, e ci ritroviamo da un'altra parte con i tedeschi in fuga che bruciano capolavori, mentre John Goodman battibecca con un omino esile e dalla voce buffa, e Bill Murray riesce simpatico nonostante non si capisca chi sia.
Per fortuna il film dura poco, quel tanto che basta a inquadrare la fastidiosa vanità di Clooney-regista e a riflettere come in Italia ci sia chi sostiene impunemente che con la cultura non si mangia e contemporaneamente chi sbandiera ai quattro venti la necessità di investire sulla cultura, e sull'arte, senza dire nè come nè quando, e tanti dubbi, a questo punto, nascono anche sul perchè.

 

 
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