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Il Re CenZore

se ne sentiva proprio la mancanza...

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LIMITLESS. Senza limiti... ?

Per essere un film che pensa molto al cinema, il titolo è un po' troppo pretenzioso. L'idea di fondo di Limitless, ma anche di altre opere purtroppo misconosciute del regista Neil Burger, è quella di identificare il film con la storia attraverso una totale corrispondenza tra immagini e trama. Fateci caso, una prima impressione sul cinema è che ciò avvenga costantemente, ovvero che le immagini e la trama siano in rapporto di identità. Eppure non è così. Tranne quei rari casi in cui la cosa è voluta, spesso le immagini fanno da didascalia alla trama, o viceversa. Qui no, tutto appare pensato per funzionare al massimo nello sviluppo della storia. E lo fa davvero bene. Poi è evidente anche il riferimento scientifico accurato. Le minchiate fantascientifiche che stanno alla base della storia sono frutto di reali rilevamenti scientifici. Il chè segna il confine tra la fantascienza e il fantasy, che aborro. Ma al di là di ciò, il film è veramente ottimo, nell'ottica della narrazione attraverso le immagini. Un po' meno dal punto di visto della storia pura. Sappiamo che il film è tratto da un romanzo. E se facessimo finta di essere uno di quelli che hanno letto il romanzo prima di aver visto il film, e non solo, ma pure di quelli snob e insopportabili che dicono: il libro è meglio del film, e quante palle e quante palle? E facciamolo.
Il romanzo è (almeno lo speriamo) più accurato del film nell'illustrazione di ciò che sente il protagonista quando prende la pillola, e soprattutto dell'angoscia del non ricordare cosa accade quando è in "overdose" da pillola. Sta pillola, insomma, accelera e amplifica le capacità cerebrali, con pro e contro. Ovvero non vendi l'anima al diavolo e poi la fai franca. Questa pare l'impressione di tutto il film, fino a poco prima del finale. Poi mi sarebbe piaciuto anche vedere un po' meglio l'angoscia nel pensare di essere l'autore di un omicidio senza ricordarne nulla. Com'è come non è, quando si parla di cinema si torna sempre a Hitchcock. E insomma non vendi l'anima al diavolo e poi la fai franca. O forse no? Qua poi di diavoli è pieno. C'è il gangster russo che torna a pretendere la sua parte, e ne vuole sempre di più. C'è il partner in affari (un De Niro a mezzo servizio)  che fa lo squalo ma non si capisce bene dove voglia arrivare. Poi c'è l'avvocato che... Insomma non devo mica raccontare tutto il film. Ma alla fine la fai franca o no? Questo è l'interrogativo che ci piacerebbe vedere alla fine del film, e chissà se c'è davvero. E invece scadiamo nella banalità del finale di Match Point, bestemmia di Woody Allen assorta, non si sa perchè,  a capolavoro. Una roba che Dovstoevskij ancora si ribalta nella tomba. 
Altra pecca: la struttura del racconto è quella classica del protagonista che si vede in un punto cruciale della sua storia. Dopo di allora tutto sarà diverso, sennò che punto di svolta è? E allora ripartiamo da capo e vediamo come arriva a quel punto, si chiama flashback, e poi vediamo come va a finire. Solo che da quel punto di svolta si balza direttamente alle conclusioni. Manca la drammaturgia del finale. Il chè è abbastanza grave in un film. Che però, facciamolo pure noi sto flachback, è veramente stupefacente nella resa visiva. Gli effetti visual sono tanti e accuratissimi, eppure non sono mai stucchevoli.  La proiezione infinita nella prospettiva, il gioco di specchi riflessi anche questo all'infinito, le caselle del totalizzatore che spuntano fuori dal controsoffitto. Ma anche gli occhi che diventano più azzurri quando si prende la pilllola. Non sono effetti messi lì a caso o per fare i cafoni ma con un motivo ben preciso. E sono veramente ottimi. Poi l'attore è pure simpatico e molto bravo, anche se io, per la verità, qui ci avrei visto molto meglio un Barry Pepper. Figuriamoci che inizialmente doveva essere Shia LaBoeuf, con quella faccia da sfigato. Meno male!!!
Tornando un secondo solo al regista, è quello di The Illusionist, che se vi siete persi potete continuare a vivere tranquilli, ma soprattutto è l'autore di qualcosa che da noi non s'è mai vista: Interview with the assassin. Una storia di fanta-vogliamo chiamarla politica?- in cui il protagonista è un ex marine che dopo aver saputo di essere allo stato terminale di una malattia confessa di essere il vero assassino del presidente Kennedy. Pare che molto di questo film sia vissuto in soggettiva col protagonista, il chè ne fa qualcosa di veramente interessante e che cercherò di trovare da qualche parte. Per il frattempo, ho deciso che mi compro la Gopro camera. E saranno cazzi vostri....
Per finire, insomma, il titolo è un metatitolo, come amerebbe dire qualche professorone, e da questo punto di vista è appunto pretenzioso. Il chè è uno dei limiti del film, che dunque, per fortuna, di limiti ne ha. Tremo al pensiero di parlare di un film senza limiti. Allora il cinema sarebbe finito.

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