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Il Re CenZore

se ne sentiva proprio la mancanza...

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Blackstar

Blackstar
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M'ero preparato tutto un pippone su Blackstar che andava a disturbare perfino John Coltrane, Ornette Coleman e Archie Shepp.

 

Non sapevo a che punto fosse il suo stato di salute, m'ero perfino dimenticato che all'uscita di The Next Day s'era parlato di un suo male. E così David se n'è andato, in maniera peraltro totalmente diversa da come uno si aspetterebbe la dipartita di una rockstar.

 

Dubito perfino che lui amasse la definizione di rockstar. Non sono un suo agiografo, non potrei mai riassumere i fatti della sua vita musicale come potrei, invece, con quella di Peter Gabriel. Ma se uno pensa a David Bowie, legandolo in qualche modo alle immagini e ai fatti raccontati in un film strano e sottovalutato di circa quindici anni fa, Velvet Goldmine, tutto può prevedere tranne che finisca i suoi giorni di vita circondato dalla sua famiglia come un padre amato e rispettato, anzichè con un buco in vena o un soffocante mix di alcol e barbiturici.

 

Ecco, oggi sebbene David non ci sia più non posso dire che Blackstar sia un bel disco di David Bowie. Perchè quando un pezzo di storia della musica fa un nuovo disco non è un disco qualunque. Blackstar non è semplicemente un nuovo disco, è un nuovo disco di David Bowie. E considerandolo tale, non mi piace.

 

Gianni, con cui spesso condivido certi giudizi trancianti, ha detto che gli sembrava una sorta di Requiem, ma se penso a un Requiem torno a quello tedesco di Brahams, lento e inesorabile come gli alpini, o a quello fantasmagorico di Mozart, imponente e tragico. Entrambi esempi di una bellezza gloriosa e superiore. Come quella di Bowie in molte delle sue opere, non certo in Blackstar: un disco che guarda indietro, cosa che mai aveva fatto prima Bowie.

L'uomo delle stelle, Ziggy Stardust, il naufrago interstellare di Space Oddity ci ha sempre dato l'idea di vivere una dimensione diversa, lontana, ultraterrena. Così è la sua immagine, così la sua opera.

 

Blackstar ripropone invece sue atmosfere tipiche con il contrappunto di ambientazioni che potrebbero essere coltraniane, con un pizzico di Archie Shepp e di Eric Dolphy. Roba che era avantissimo, sì, ma cinquant'anni fa.

 

Pochi anni prima del 2000 mi trovavo a Genova e capitai in un negozio di dischi, e mentre mi rigiravo un cd della Impulse!, quelli con la inconfondibile copertina col dorso arancione, mi si avvicinò alle spalle un signore che mi disse: ah, Coltrane, all'epoca di quel disco ormai era impazzito, non si capiva più quello che faceva.

Non mi permetterò mai di giudicare qualcosa che non sono in grado di capire. Interstellar Space è il titolo di quel disco di Coltrane, in cui ci sono suoni ancestrali e teorie musicali d'avanguardia. Quel disco è lì, come un cimelio, tra tanti altri che invece suono spesso, spessissimo: A Love Supreme, Live at Birland, At the Village Vanguard.

 

Blackstar, resterà lì, nella mia libreria digitale, ma quando vorrò sentire ancora Bowie andrò dritto su Major Tom, senza dubbio.

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