
Avete presente un gentleman che abita la periferia inglese, con pipa, bombetta, un paio di baffi e le orecchie a sventola? Ok, non è inglese, è irlandese, ma cambia poco. E' lui, Neil Hannon. S'è presentato proprio così sul palco del
circolo degli artisti ieri sera. Elegante come un lord del Sussex, camicia bianchissima dal collo strepitoso, completo grigio (credo) di lana e cravatta un po' allentata, Neil, o The Divine Comedy (pare sia la stessa cosa) è salito sul palco da solo. Tutto questo lo immagino, perchè sono arrivato con un quarto d'ora di ritardo, pagando a prezzo pieno un biglietto falso, e l'ho trovato già a imbracciare una chitarra intonatissima e a cantare con la sua voce inconfondibile. Molto meglio dal vivo che su disco, che già è stupendo di suo. Dal vivo si rivela per quello che è. Un cazzaro. Nel senso buono, eh. Anzi ottimo. Non è un deficiente, affatto. Anzi è uno che ripulisce anche l'accento british per farsi intendere. Che interpreta molto. Che gioca col pubblico. Sembrava quasi un ex ufficiale della royal army che ti accoglie dentro casa, ti racconta le sue esperienze tra momenti di euforia, barzellette, giochi, qualche bicchiere e perfino momenti di grande sensibilità. Padroneggia il piano e la chitarra in maniera perfetta per quello che gli serve: raccontare le sue storie. Che valle a capire quali sono. Un autore raffinato, che sa ben equilibrare il volume dello strumento (tutto acustico) e riesce a coinvolgere chiunque.
All'inizio ha brindato assieme a tutto il pubblico. Una cosa tipo "dio salvi la regina". Poi a un certo punto ha annunciato che a 3/4 di una certa canzone uno del pubblico avrebbe dovuto raccontare una barzelletta. E cazzo finchè qualcuno non l'ha raccontata non è mica andato avanti. E sempre con le mani sul piano ha diretto il pubblico con il battimani prima (clap), poi con lo schiocco delle dita (snap) e di nuovo il battimani (clap now) salvo un verso in cui non andava fatto nessun rumore (not this time, please).
Un'ora e mezza / un'ora e quaranta volata, con un bis generoso di canzoni da tutti i suoi album. e perfino una stupenda cover di
Don't You Want Me Baby degli
Human League. La sala piena a tre quarti, con tanti tanti tanti che cantavano le canzoni a memoria (anche dopo il concerto si sentiva tanta gente parlare british english), e tanti appassionati di musica, buona musica, amici giornalisti, a seguire la performance di questo songwriter sgangherato. Un amico avrebbe voluto dire che era come un catalizzatore di
John Lennon (si vampirizza anche qui, eh no?),
Peter Gabriel e
Frank Sinatra. L'abbiamo preso a cazzotti per impedirgli di dire sta banalità. Ma alla fine, nei nostri cuori, è rimasta a lungo un'ombra di single malt piuttosto torbato.