Overblog Segui questo blog
Edit post Administration Create my blog

Pubblicato da Simi

Andrea (Silvio Muccino) vive con Livia (Isabella Ragonese): entrambi sono bambini viziati e non cresciuti, che hanno messo un muro tra loro e la vita, per proteggersi.
Debosciato, figlio di madre algida e anaffettiva lui, anoressica/bulimica e orfana lei, rappresentano un quadretto forse un po’ scontato di pseudo famiglia alla quale deve succedere qualche cosa di “fuori dal comune” per assegnare alle loro vite un senso e redimersi per affrontare un percorso di guarigione interiore.

Un giorno Andrea riceve una lettera dal padre in fin di vita in un ospedale di Nairobi, dove si è trasferito anni prima abbandonando il figlio, e vincendo il rancore, parte per il Kenya.
Il padre è ovviamente entrato in coma poco prima del suo arrivo, gli restano solo poche ore, forse un giorno. Ovviamente “l’ostacolo” morte impedisce al protagonista di debellare e superare gli antichi rancori e gelosie nei confronti del genitore che lo ha abbandonato in tenera età.
Per farla breve, arrivato in Africa, Andrea scopre di avere un fratellastro di otto anni, Charlie (Michael Rainey Jr), nero, che il padre ha avuto con una donna del luogo. Andrea è stato nominato da padre tutore legale di Charlie; inutile descrivere le reazioni e i languori terzomondisti da brochure paramissionaria (di quelle con il bollettino postale allegato) di quest’ultimo che dopo lungo peregrinare decide di portare il piccolo fratellastro con lui in Italia.
Una sorta di psicodramma familiare non tanto per il processo di finta ricostruzione esistenziale a partire da un padre perso in infanzia e di una madre insensibile, quanto per lo psicodramma che sembra giocarsi tra i fratelli Muccino.
Si ha la netta impressione che in qualche modo Un altro mondo possa essere inteso come la risposta di Silvio Muccino a La ricerca della felicità del fratello. Gabriele va in America e raggiunge il successo raccontando la storia di un uomo e di suo figlio alle prese con la ricostruzione della loro vita? Silvio va in Africa e torna con un fratellastro di otto anni (anche questo di pelle nera) da accudire e crescere come un figlio, mentre ridefinisce (forse) i suoi valori e i suoi orizzonti esistenziali.
Tante, forse troppe scene madri da prime time televisivo, genitori assenti, dispensatori di assegni di mantenimento, figli privi di modelli di riferimento impegnati a distruggere e distruggersi, l'atteggiamento dello scandaglio psicologico è prono su una visione della realtà che non conosce altra realtà da quella di un mondo che scambia l'insoddisfazione da sazietà per autentico dramma umano e psicologico.
Estremo il livello di fastidio epidermico che coglie lo spettatore già dalle prime battute dato dall’impasto di luoghi comuni di un immaginario sentimental-generazionale da manuale per consultori familiari (d'area cattolica con pentimenti progressisti...).

Quanto al livello della messa in scena e della recitazione, forse sarebbe il caso che Silvio nella sua ingenuità si dedicasse ad arti diverse da quelle cinematografiche e recital interpretative nelle quali incarna in sé stesso, nel suo essere in scena in prima persona, l'esibizionismo patologico senza sforzo interpretativo alcuno.

Commenta il post