se ne sentiva proprio la mancanza...
1 Febbraio 2011
Il Duca di York, fin dal 1400, è il titolo che spetta al secondogenito del Re di'Inghilterra. Il primogenito ed erede al trono invece è il Principe di Galles, proprio come il tessuto. La carica regnante è ereditaria, le altre no. Ovvero il Re d'Inghilterra è un titolo ereditario, lo può ricoprire solo un diretto discendente del Sovrano. Le altre cariche, invece, non sono ereditarie. Il figlio del Principe di Galles non diventa Principe di Galles automaticamente. Ecco, si dovrebbe fare un esame di genealogia principesca britannica prima di poter accedere alle sale dove danno Il Discorso del Re. Non tanto perchè altrimenti rischi di perderti in mezzo alla confusione di titoli e cariche durante il film, e il rischio, seppur minimo, c'è. Ma per scongiurare la presenza in sala di persone come quelle due cafone malefiche che mi sono ritrovato nella fila davanti a me ieri sera al cinema. Ne dubito, ma semmai quelle due mezze megere che erano sedute ai posti f8 ed f9 al cinema di Porta di Roma ieri sera 31 gennaio 2011 allo spettacolo delle 21.50 dovessero imbattersi in questo post, sappiano che nutro per loro tutto il mio disprezzo. E insomma non è possibile dover assistere alla proiezione di un film delicato e ben fatto come quello e contemporaneamente sentire commenti da fiammiferaie assolutamente fuori posto, esclamazioni di disappunto o di approvazione con quanto facevano i protagonisti del film, e nel momento più emozionante dell'intero film, quella maledetta più a sinistra combattere con un pacchetto di patatine o che altro ne so e poi quel maledetto crunch crunch. E neanche quel signore che le accompagnava, seduto più a sinistra, è esente da colpe. Le avrei volute prendere a pugni. La democrazia fa proprio schifo.
Detto questo, il film è molto bello, divertente e appassionante. Ha però alcune pause narrative piuttosto ingombranti e il film, ironicamente, è un po' balbuziente. Direi che le 12 nominations all'oscar sono inspiegabili. L'Academy deve avere un qualche disturbo di personalità, come già detto. Vediamo un po' il dettaglio:
- miglior film: oddio è ben recitato, la storia è ben raccontata. Ma miglior film, oddio non so, ma ci può stare.
- miglior regia: assolutamente non sono d'accordo. Nel senso che non è fatta male, anzi. Ma per essere un film britannico e trattando temi legati all'aristocrazia e alla storia, mi sarei aspettato un taglio più originale, eccentrico. La regia è sobria e piuttosto didascalica, non da oscar.
- migliore attore protagonista: Colin Firth, stavolta siamo tutti d'accordo, è eccezionale. Niente da dire. La scena iniziale, in cui davanti a un microfono e uno stadio pieno di gente non riesce a spiccicare una parola, è realmente imbarazzante (mette in imbarazzo pure lo spettatore) e la scena finale invece sommamente emozionante. I suoi scatti d'ira come i momenti di tenerezza con la famiglia sono puri, contemporaneamente umani ed aristocratici. Grande performance.
- migliore attrice non protagonista: Helena Bonham Carter finalmente nasconde quella testa oblunga sotto frangette e cappelli liberty, il chè già basta a giustificarne la nomination. Poi non interpreta una strega o qualche altro abominio alla Tim Burton, per cui ci può stare.
- miglior attore non protagonista: Geoffrey Rush è molto bravo. Già visto nella serie dei Pirati dei Caraibi, qui dimostra tutta la sua carica umana ed eccentrica tipicamente anglosassone. Meritato.
- migliore sceneggiatura: sicuramente la storia è originale ma la sceneggiatura, che va a braccetto con la regia, talvolta incappa in alcune pause.
- Migliore scenografia: Buckingham Palace è sempre suggestiva, anche se gli interni sono ricostruiti e non ci sono grandi scene se non quella all'interno dell'Abbazia di Westminister. Perplesso.
- Migliore direzione della fotografia: La fotografia è un po' cupa, nebbiosa proprio come ci si aspetta che sia Londra. Anche questa non mi pare spicchi, soprattutto per originalità.
- Migliori costumi: qua non mi pronuncio. Mi pare comunque che i costumi ricreino molto accuratamente gli ambienti e i personaggi originali.
- Miglior montaggio: anche questo va a braccetto con regia e sceneggiatura. E' tutto funzionale alla trama, le pause si vedono anche qui.
- Miglior montaggio effetti sonori: questa è sicuramente la nomination più meritata. Il sonoro in questo film ricopre un ruolo importantissimo e la sua riuscita dipende anche dagli effetti sonori. Usati in maniera magistrale.
- migliore colonna sonora: una parola sola, anzi tre. Wolfgang Amadeus Mozart. Un film con queste musiche meriterebbe l'oscar tutti gli anni. Troppo facile no?
Insomma, per concludere, Il Discorso del Re è ottimo, ma non so quanto in ottica Academy Award. Parlando, finalmente, del film, è curioso, e anche molto british, come il destino del mondo, in crisi in imminenza della seconda guerra mondiale, sia legato all'abilità di un regnante a saper pronunciare un discorso alla radio. FIlmati originali mostrano Hitler comandare le folle. La corrispondenza dell'ascesa al trono di Giorgio VI, Be-Be-Be-Bertie per gli amici, con la nascita delle prime trasmissioni radiofoniche sottolineano l'importanza dei mezzi di comunicazione e della propaganda. E insieme i controlli di Scotland Yard, l'epoca a cavallo tra la politica dei notabili ottocenteschi e quella dei comunicatori del 900. Tutto questo assieme all'immagine del Re d'Inghilterra, il padre dell'attuale Regina Elisabetta II, erede di una lunga dinastia che comprende anche Giorgio III, il re pazzo, e risalendo all'indietro nei secoli si arriva a quel Riccardo III acerrimo nemico dei Tudor, pittorescamente raccontato da Shakespeare, che ha lasciato un'impronta indelebile in tutta la cultura anglosassone dallo stesso Shakespeare fino ai Sex Pistols. E quel Principe David, Re per quasi un anno, costretto ad abdicare in favore del fratello per potersi congiungere con Wallis Simpson, a cui non era sufficiente essere americana e due volte divorziata per essere sgradita a corte. Era perfino di Baltimora, una delle città che guidò la guerra di indipendenza americana dalla Gran Bretagna. E la passione, quasi ossessione di Re Giorgio VI verso la "persona comune", la sua curiosità di conoscerla arginata dalla posizione regale e finalmente liberata in quell'incontro piuttosto fortuito con una specie di logoterapista/truffatore che diventa suo amico. In un solo film è descritta la forza di un popolo e contemporaneamente il suo limite. Proprio come la cancellata attorno a Buckingham Palace, che tiene a debita distanza il popolo esultante dopo l'accorato discorso finale del Re, ma solo il primo di una lunga serie durante la guerra. Il Re in Inghilterra non è in discussione. E' la discussione.