Cominciamo a fare chiarezza. Non si parla del
film intitolato come il
capolavoro di
Oscar WIide, anche perchè di capolavoro, il film, non ha nulla. C'è però una corrispondenza che a guardare bene oggi è anche macabra tra il tema principale del romanzo e le vicende di una sua omonima. Innanzitutto specifichiamo che qui
Dorian Gray è un personaggio, anzi una personaggia. Al secolo
Maria Luisa Mangini, attrice nata a Bolzano nel 1935 e celebre per aver interpretato, tra le altre, la
Malafemmina di Totò e Peppino. Proprio quella che ammalia il nipote dei due, a cui viene indirizzata la lettera più famosa del cinema italiano.
Maria Luisa si è tolta la vita oggi, 16 febbraio, con un colpo alla testa nella casa dove si era ritirata a metà degli anni 60. Una carriera brillante, decine di partecipazioni tra cui alcune di altissimo livello, con
Antonioni,
Fellini,
Comencini (Luigi, mica Cristina). Poi? Poi nulla, Maria Luisa ha riposto Dorian Gray in soffitta e si è riappropriata della sua vita, tornando nei luoghi a lei cari e facendo chissà cosa. Come può passare una donna bella e famosa quasi 50 anni della propria vita dopo averne passati 30 sotto i riflettori della stagione più epica del cinema italiano? Quante ipotesi si possono fare, dalle più romantiche alle più tragiche. Chissà, una delusione d'amore, o più probabilmente la lontananza dalle turpetudini, quanto mi piace la parola turpetudine, di un ambiente poco "etico". Eccolo là, già scaduto nel più becero (anche becero mi piace ma non quanto turpetudine) dei luoghi comuni. Forse, più semplicemente, la scelta di fare una vita normale, tra gente normale, in posti normali. E così quel quadro così bello è finito in soffitta a invecchiare. Oppure no. Oppure lei ha riposto in soffitta Dorian Gray, lasciandola lì a prendere polvere, ma sotto sempre splendida, e intanto era Maria Luisa a invecchiare, inesorabilmente. E portarsi dietro, per quanto relegato in soffitta, un alter ego che è contemporaneamente una nemesi, una cartolina dalle Bahamas e un assegno scaduto è pesante. Gli anni passano ma non dimenticano. Quel piccolo germe di ricordo lavora e scava, scava sempre di più, diventa un tarlo, il fantasma di un rimpianto, una scelta che ha lasciato pieghe dai risvolti imprevedibili, assieme a tutti gli eventi di una vita privata, che perciò sono celati all'occhio di chi guarda da lontano, e senza saperne un'acca. Arriva così una mattina di febbraio, e all'istante tutto risulta lontano, troppo lontano. Talmente lontano da non aver più alcun senso. E quel conflitto viene risolto, la nemesi rumorosa viene appiattita in un solo, lungo, infinito silenzio.