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Il Re CenZore

se ne sentiva proprio la mancanza...

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IN LINEA CON L'ASSASSINO - Un bel film con un grossolano errore.

Ce l'abbiamo tutti dentro la testa quella voce. Sì, quella voce, quella che dice che sa sempre tutto lei. Quella che fa puntare l'indice, quella che giudica a prescindere, quella che guarda tutti dall'alto in basso con il mitra spianato e appena uno mette un piede sulla riga gialla lo fa secco. Ecco, sì, ce l'abbiamo tutti dentro. Solo che in alcuni sta voce, che antipatica, grida molto più forte, tanto da diventare preponderante sul resto. Ed ecco spuntare stuoli di farisei, scribi e moralizzatori. Vabbè, fatta sta sfuriata, rimane che questo è un gran film. E lo è anche perchè sorprende, perchè da quel regista lì non te lo aspetti, e per tutta una serie di ragioni. In linea con l'assassino parte male eh, i primi 5 minuti dovrebbero servire a dipingere il personaggio del protagonista. Colin Farrel, un press agent spregiudicato. "Sono un pubblicitario" tiene a specificare lui. Colpa della traduzione italiana che confonde publicity con pubblicità, o iper-ipertrofia del personaggio? Ci sono tendenzialmente due modi di fare il press agent. Colin Farrel fa quello aggressivo che sa poco del mondo che lo circonda, ha in testa solo quell'idea su cui lavora e una parlantina sfiancante. Poco di strano che qualcuno lo voglia uccidere. Solo che le prime scene sono un po' alla Sex and the city, e non è un complimento, ve lo garantisco. Solo un susseguirsi di frasi buttate lì a velocità insostenibili, rapporti malsani, sfruttamento dell'ingenuità altrui, ricatto verbale, pseudomanovramento delle notizie. Cose così, banali anche. Se non chè succede qualcosa. Succede che interviene la voce. Esatto. Nel film quella voce così supponente, giudicante, fastidiosa, riverberata, è proprio la voce che tutto sa, l'io giudicante direbbe qualche psicologo in vena di sottolineature superflue, qualche specie di identità non meglio identificabile che naviga tra l'io cosciente e l'es, tra il conscio, il subconscio e l'inconscio, che ti prende e ti mette a nudo proprio là, davanti a tutto il mondo, e ti sputtana davanti a tutti, facendoti credere che i tuoi problemi siano i problemi più grandi dell'universo mondo, mentre non si tratta che di quelle quattro cose sfigate che viviamo tutti. Non so, sparo a caso, forse Schumacher è cattolico, o forse lo è Farrel, comunque agli occhi dei protestanti, i cattolici hanno sempre quest'handicap del senso di colpa che affiora quando meno te lo aspetti. In maniera un po' pedantesca. Perciò, dico io, se la cosa è così evidente che perfino io, che aborro qualsiasi forma di psicanalisi che non abbia un fine esclusivamente letterario, l'ho notata, allora che necessità c'era di rendere questa voce così opprimente, con i suoi riverberi, gli echi e il tono così antipatico che manco Jack Folla ti sta tanto sulle palle?
E' una cabina telefonica, come fa una voce al telefono a suonare così? L'avesse fatto Hitchcock, sto film, quella voce sarebbe stata una voce al telefono, ovattata, lontana, quasi elettrica. Non c'era bisogno di sottolinearla così grossolanamente da rischiare di rovinare in toto un film invece molto bello. E non è che ho detto Hitchcock a caso. L'autore del soggetto di questo film, tanti tanti tanti anni fa, immagino, aveva proposto a Hitchcock l'idea di girare un intero film all'interno di una cabina telefonica. E Sir Alfred pare ne sia stato attratto, se non chè non s'era trovato lo spunto narrativo adeguato. Negli anni 2000 invece di spunti ce n'è a gogo. L'esplosione delle comunicazioni, i telefoni cellulari, il web lanciato verso il 2.0, la frenesia dei rapporti, la necessità di apparire sempre e comunque. Certo, rimane il rimpianto di non aver visto questo gioiellino trattato con la sapiente mano dio Hitchcock, l'unico uomo che ha impersonato e impersona tuttora l'essenza pura del cinema. Tra i tanti altri registi sopravvissuti, comunque, il povero Joel Schumacher, povero si fa per dire, ha saputo dire la sua, senza scadere in facili retoriche, senza farsi prendere la mano dal gusto dello spettacolare e restando piuttosto aderente alla trama di un film entusiasmante, che ti fa vivere quell'ora e poco più in tempo reale col fiato in gola. Notatelo, sullo schermo passa esattamente il tempo della reale durata della telefonata letale, non un minuto di più, non uno di meno. Con la tecnica dello split screen che in era digitale è anche abbastanza banale e infatti il risultato non è entusiasmante quanto, ad esempio, ne Il Caso Thomas Crown, da non confondersi con Il Caso Thomas Crawford. Nel primo Steve McQueen è un ladro braccato da un'affascinante detective privata, di quel genio di Norman Jewison. E tornando a noi, manco il finale è scontato, un po' alla Hannibal Lecter, quanto volete, con una serie di dettagli che non quadrano tantissimo (che ci fa il killer con la valigetta porta fucile in mano alla fine? Come ha fatto a dematerializzarsi in pochi istanti dalla camera dell'Hotel?) ma che passano in secondo piano rispetto alla struttura del film. Mi rendo conto, alla fine magari non è piaciuto a tutti, e c'è perfino chi ci preferisce Sex and the city, ma non possiamo pretendere che tutti si capisca di cinema. Sarebbe stato un capolavoro, senza quell'uso dell'audio su quella voce...
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