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Il Re CenZore

se ne sentiva proprio la mancanza...

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IL TEATRO DEGLI ORRORI: furore noise e parole mai casuali.


E' il 2007 e la scena underground italiana viene devastata da un disco di recente uscita. Si tratta dell'esordio discografico di una band del nord est italiano, nata dalle ceneri degli One Dimensional man e dei Super Elastic Bubble Plastic, due gruppi capofila del noise nostrano. I geniali bastardi prendono in prestito un verso di Antonin Artaud per il proprio nome: Il Teatro degli orrori. Decidono di chiamare il loro disco d'esordio 'Dell'impero delle tenebre'. Hanno impiegato due anni a prepararlo e pubblicarlo e, nel frattempo, girando piccoli club soprattutto del nord est, sono riusciti a procurarsi una meritata fama di live band infuocatissima e coinvolgente. La prima formazione vede: Pierpaolo Capovilla alla voce, un bassista e cantante che per vivere lavora in un'osteria della natìa Venezia, forte bevitore, pungente poeta e fiero urlatore di punkettona memoria; Giulio Ragno Favero al basso, che si occupa anche della produzione ed è un metronomo in pelle umana; Gionata Mirai, frontman e chitarrista dei Super Elastic, rumorista del Teatro per eccellenza; Francesco Valente alle pelli: batterista dalla grande pacca, preciso, veloce e fantasioso, spesso coperto da una vecchia e sdrucita maglia dei Melvins durante i loro live. Le prime 4 traccie sono folgoranti, un compendio di quanto di meglio possa offrire il noise rock moderno: Vita mia, Dio mio, l'ottima E lei venne, caratterizzata da una sorta di voce recitante, a tratti urlata in faccia all'ascoltatore, un inno alla propria libertà interiore, contrapposta alle miserie quotidiane ed alle convenzioni sociali, ed infine Compagna Teresa, rumorosa storia di una staffetta partigiana, con riff in crescendo, potentissimo ed ipnotico nel finale ed un urlo a chiosa del pezzo che mette i brividi per durata ed intensità. Ormai il colpo è fatto: chi sta ascoltando il disco è totalmente conquistato e non vede l'ora di assistere ad un loro concerto, ma non è finita qui, perchè il lato potente e trascinante, violento e rumoristico della band lascia subito il posto ad un pezzo 'impegnato' come Carrarmatorock, originale inno antimilitarista e corrosivamente sarcastico, preceduto da Scende la notte. La chiusura è invece un qualcosa a metà tra l'intimo ed il mistico: Il turbamento della gelosia e Lezione di musica hanno dei testi che strappano il cuore e lo lanciano per aria, mentre con La canzone di Tom la lacrima esce fuori per forza , ascoltando una storia di abbandono e solitudine portata alle sue estreme conseguenza. La chiusura è dedicata al lato più religioso e personale di Capovilla: Maria Maddalena, un accorato rivolgersi a Cristo da parte della prostituta più famosa della storia, metafora dei tempi moderni e dei rapporti interpersonali, quasi una preghiera pagana ed apocrifa, accompagnata da melodie struggenti e laceranti.
Due anni più tardi e molti concerti dopo esce, nel 2009, A Sangue Freddo, il secondo disco del Teatro (stiamo qui ignorando le varie compilation, ma soprattutto lo split licenziato insieme agli Zu, di cui parleremo in un'altra occasione, magari a ridosso della data romana del 15 Novembre 2010, al Circolo degli Artisti). Il suono è molto più curato ed allo stesso tempo l'album segna il passo d'addio, almeno in veste di musicista, di Giulio Ragno Favero. Il bassista decide, a fine 2009, di dedicarsi esclusivamente alla produzione e viene sostituito da due elementi validissimi: Tommaso Mantelli al basso e, soprattutto, l'eclettico Nicola Manzan alla chitarra, già session man per eccellenza della scena indie italiana e deus ex machina del progetto Bologna Violenta, elettro-noise-grinde one man band, che affonda molta sua ispirazione nei mondo films e nei b movies italiani anni 70. Il suono subisce un'evoluzione, soprattutto dal punto di vista della cura dell'arrangiamento e del missaggio ed il disco fa subito il botto col primo singolo, la title track A sangue freddo, ispirata e dedicata alla storia di Ken Saro Wiva, poeta ed attivista nigeriano, ucciso dai signori della guerra foraggiati dalle multinazionali. Ritmo trascinante, testo ipnotico ed incisivo, video non banale: tutto ciò basta ed avanza per farci entrare in testa il pezzo e non farci più abbandonare dalla melodia. La band appare più educata e probabilmente si potrebbe definire questo come il disco della maturità, completo in ogni sua forma, ma forse privo di quella cattiveria e quella sporcizia riot che caratterizzava l'esordio discografico di cui sopra. Io ti aspetto e Due sono dei pezzi che mescolano dolcezza ed acredine, violenza ed amore, sia nel testo che nell'arrangiamento; Direzioni diverse è la ballatona, composta insieme ad un duo francese molto affermato nell'elettronica indie, evocante un lungo e sofferto addio, pieno di rimpianti ma anche di certezze, soprattutto della certezza dell'addio. Il terzo mondo è l'ennesima presa di posizione sociale, questa volta contro i 'miserabili al potere', così come 'E' colpa mia' che, come Capovilla ogni volta afferma durante i live, è un atto di auto-accusa verso una generazione che ha fallito e sta lasciando un mondo di merda a chi verrà dopo. Padre nostro è una preghiera al dio dei ladri e degli assassini, mentre Majakovskij porta in musica i versi del poeta simbolo della rivoluzione d'ottobre e della disillusione nei confronti del futuro. Alt, La vita e breve e DIe Zeit finiscono di comporre la track list del disco della consacrazione.
Entrambi gli album sono editi dalla casa discografica La Tempesta, proprietà ed emanazione di Moltheni, bassista dei Tre allegri ragazzi morti e che, oltrei ai nostri, produce e distribuisce quanto di meglio il rock italiano possa offrire al momento: Rossofuoco, Luci della centrale elettrica, Massimo Volume, Zen Circus e molti altri. In generale penso di poter affermare che, dopo gli anni 90, l'underground musicale italiano stia vivendo una nuova stagione di furore e bellezza, con capostipiti i ragazzi del Teatro degli orrori, una delle migliori live band che abbia avuto il piacere di veder suonare ultimamente e che potrebbe prendere il posto degli Afterhours come nuova punta della musica d'autore underground che piace tanto a noi, che cerchiamo di assumere un'aura di piccoli sfigati poeti punk.
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