
Qual è il legame tra la morte e la vita? Cosa accade nel momento del trapasso? Clint Eastwood cerca di rispondere a questo interrogativo con HEREAFTER, mettendo in scena tre percorsi di vita, tre storie differenti ambientate rispettivamente a Parigi, San Francisco e Londra.
Tre persone accomunate da un unico comune denominatore “il legame tra la vita e la morte”: una giornalista famosa (
Cecile de France), George Lonegan, un sensitivo perseguitato dal di parlare con i morti (
Matt Damon) e due gemelli (
Marcus e Jason) dodicenni con una madre tossica e alcolizzata (sembra che ultimamente vada di moda il dramma del genitore disadattato).
La prima è travolta e sopravvive allo
Tsunami (devo ammettere che la riproduzione della catastrofe lascia un paio di secondi con il fiato sospeso, le scene sono efficaci e autentiche come quelle riportate dai Tg), il secondo scappa da una routine in cui i morti sono preponderanti rispetto ai vivi, dei due fratellini ne rimane uno solo.
Tutti hanno a che fare con l’elaborazione di uno o più lutti e per caso si ritrovano nello stesso luogo e momento a Londra.
Personaggi differenti che rappresentano condizioni socio-culturali profondamente diverse: Cecile, bella, ricca e famosa, vive un’esperienza devastante travolta dallo Tsunami in Indonesia, scampa alla morte; George Lonegan è un fenomeno paranormale, ricco e famoso, ma la compagnia della morte lo spinge alla disperazione e alla scelta di una vita pseudo normale come operaio di fabbrica; Marcus è un bambino timido e taciturno che volta le spalle a una vita difficile. L'unica sua relazione col mondo, il gemello Jason, è persa per sempre e lui la insegue nell'aldilà. Stati d'animo contrastanti ma comunque uniti a doppio filo dalla ricerca di quel qualcosa che c'è oltre il mondo terreno. Suggestioni? Incapacità di lasciare davvero andare chi muore?
Ognuno dei protagonisti medita e subisce un trauma interiore: la solitudine quasi mitologica del sensitivo, la destabilizzazione dell'anchor-woman in carriera, il senso di abbandono del bambino. Ognuno vive da inquieto e disadattato la propria condizione, desidera ritrovare la propria anima o "sente" quelle altrui. L’ispiratore segreto del film è in qualche modo
Charles Dickens, che Damon si diletta ad ascoltare letto da
Derek Jacobi.
Con la grazia del poeta, Eastwood cerca di coniugare con realismo e fantasmagoria l'esplorazione della morte, interrogandosi su questioni filosofiche e spirituali che contrappone alla debolezza del presente e “epiloga” con la struggente energia di un sentimento (finale) che sembra racchiudersi nel futuro.
Che dire, sicuramente l’idea di partenza non è male, il film è ricco di momenti notevoli girati in maniera esemplare, coniugando la giusta dose di comicità e dramma in maniera quasi poetica, ma la pellicola si discosta (e non molto) dai racconti Eastwoodiani di
Million dollar Baby o
Invictus. Un film dalla sfiga facile insomma: lo
tsunami in Thailandia, gli attentati alla
metropolitana di Londra, non manca nemmeno il bambino ucciso investito da un auto, la madre eroinomane, la ragazza violentata dal padre in tenera età. Il finale è alla “vissero felici e contenti” o “l’amore trionfa sempre”, stonando alquanto con l’andamento del film il cui “core” è di altra natura. Concludendo, il film è sicuramente lontano dalle corde di un regista dall’ineguagliabile capacità di raccontare storie di personaggi forti e accattivanti la cui vita affascina e appassiona lo spettatore sicuramente di più della loro morte.