Ovvero: mio figlio farà l'idraulico.
Possiamo dirlo tranquillamente. Non è un capolavoro del cinema. Tuttavia, tocca alcune corde e, per chi è intonato sulla stessa frequenza, può fare il suo effetto. Per chi ama le tematiche british.
Siamo negli anni della swingin' London, quando
Dante Fontana vive le avventure di Fumo di Londra e Julien Temple ci fa vivere addirittura
David Bowie e Patsy Kensit in
Absolute Beginners, con tanto di Boogie Stop Shuffle e Better Git Hit In Your Soul arrangiate da Gil Evans in cui anche il titolo è lo stesso (coincidenza?) di una hit dei
The Jam e nella soundtrack di Absolute Beginners, oltre alla celebre title track di Bowie, ci sono anche gli
Style Council. Ecco, An Education è ambientato proprio in quel periodo, ma non c'è nulla di tutto ciò. Non ci sono le sirene delle autoambulanze che ripartono dal luogo dove sono avvenute risse colossali, e nemmeno le sommosse sociali di quegli anni, e di quelli a seguire. Avviene tutto nella periferia di Londra, con alcuni elementi cool da non sottovalutare. La giovane ninfetta con tutti 8 a scuola tranne che in latino e con la passione per il violoncello. Il giovane
Simon Templar che arriva con macchinone sportivo e che ha il ciuffo sempre a posto. C'è la ragazza svampita della gang che bada solo a vestiti e acconciature. L'apice della storia è riassunta tutta in una splendida canzone di
Paolo Conte. Solo che lui non è una canzone francese, nonostante la porti a Parigi, ma un piccolo truffatore che alla fine si scopre essere il figlio illegittimo e sfigato di Roger Moore, e lei non è una rossa risata irlandese ma un breve lacrimevole sospiro di una Cristiana Capotondi travestita da Audrey Hepburn. Non sto a dilungarmi sulla trama che è già abbastanza scarna. Basti dire che tutto ruota attorno alla necessità e all'utilità di farsi una cultura. Personalmente, semmai avrò un figlio, a quindici anni lo mando a fare l'idraulico, così dopo 10 anni di lavoro sarà miliardario e potrà mantenere anche me. Nel film invece le cose vanno diversamente, e alla fine ci scappa pure l'enfasi paramoralistica di L'Attimo Fuggente con un lieto fine che rovina abbastanza l'atmosfera malinconica che attraversa tutto il film. Solo dopo, a casa, ho scoperto che la sceneggiatura è tratta dall'autobiografia di una certa giornalista inglese. Quindi, ovviamente, non poteva finire che bene. Il rimpianto più grosso è nell'inquadratura che ci nega il nudo della protagonista, ma che possiamo ammirare in alcuni
fotogrammi tratti da un altro film.
Piangiamo con un occhio, con l'altro dormiamo già.