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Pubblicato da IlReCenZore

L'Oscar a La Grande Bellezza, viva l'Itaglia!

C'è un grande vantaggio a commentare la notizia dell'Oscar a La Grande Bellezza senza aver visto il film, anche se ne parlano tutti, sembrano l'abbiano visto tutti, sanno tutto tutti. Il vantaggio sta nell'avere la consapevolezza di poter assumere una posizione distaccata non davanti al film, a quello che racconta, a quello che rappresenta o pretende di rappresentare (bello come il pretendere italiano sia in certi casi simile al to pretend inglese, fingere), ma davanti alla reazione che scatena il fatto che quel film abbia vinto l'Oscar.
Leggendo qua e là in rete, i commenti sono di persone che hanno molto apprezzato La Grande Bellezza, urlando al capolavoro, l'ennesimo di Sorrentino secondo loro, una schiera di fan da stadio che si agita e si sgola a favore dei propri beniamini e contro, assolutamente contro chi osi contraddirli, metterli in discussione, secondo loro deridendoli e denigrandoli. Poi ci sono quelli che, pochissimi, assumono posizioni leggermente più tiepide ammettendo essere un bel film ma forse un tantinino sopravvalutato. Son quelli che dimostrano di avere più giudizio, condivisibile se non altro grazie alla pacatezza, alla ragionevolezza e all'argomentazione che spesso li accompagna. Infine dall'altra parte c'è la schiera nutritissima di chi muove feroci critiche. Un po', per indole, saremmo tentati dal farlo anche noi, ma poi, guardando bene la compagnia, meglio soprassedere. Su tutti, là, in alto, il buon Sorrentino che da ottimo napoletano dispensa citazioni e ringraziamenti fregandosi le mani. Infine, al centro di tutto questo microverso, noi che dobbiamo ancora farci un'opinione. Allora proviamo a farcela, e mettiamoci a osservare le schiere, provando a trovare una collocazione tra esse. Dobbiamo anche scegliere un punto preciso da cui osservare, e il punto perfetto, lo spartiacque, è proprio l'Oscar. Prima della sua vittoria, le schiere erano abbastanza nette e separate. Dopo la vittoria, un po' meno. Assistiamo come spesso accade al fenomeno del carrovincitorismo, tutti pronti a saltar su a festeggiare, a inneggiare, a glorificare, a inchinarsi e leccare il culo al vincitore. Perchè? Per vari motivi: per presenzialismo, per dire c'ero anche io, per scattarsi un selfie e pubblicarlo su Instagram, perchè lo fanno tutti, perchè così viva l'Italia, e così via. Tra tutti questi che son saltati sul carro, non escludo ci sia anche chi in cuor suo serba il rancore più acre verso Sorrentino, e dopo avergli segretamente augurato il più miserabile dei fallimenti ha indossato il suo miglior sorriso e a furia di stringere mani s'è trascinato alle spalle del vincitore per dargli una manata sulle spalle - oh, se solo avesse potuto portare un coltello! - e farsi una grassa risata insieme a lui. Dicevamo, dall'altra parte ci sono i detrattori. Quelli che l'hanno criticato fin dall'inizio perchè il film è noioso, dicono, perchè rappresenta l'Italia più volgare, dicono, perchè non si può sempre parlare di Roma anche alla radio anche alla televisione, dicono. E, proprio come fosse una sindrome che si impossessa della supposta capacità critica e la sposta verso i lidi più intolleranti, assumono le fattezze dello snob che perde tutte le capacità di argomentare, limitandosi ad appiccicare etichette acidule.
Ma veramente dovremmo scegliere con chi stare? Come con Renzi o con Grillo? Con chi per etichetta deve rilasciare endorfine e chi invece, ma sempre per etichetta, sprizzare odio da tutti i pori?
Non ci siamo ancora arrivati alla decisione, per cui andiamo avanti. Cosa ha detto Sorrentino al ritiro della statuetta? "E' per Fellini e Maradona". Sono cinque parole che dicono molto. Fellini innanzitutto. Sbagliano quelli che dicono che il film non ha nulla a che vedere con Fellini. Sbagliano perchè si riferiscono al Fellini de La dolce vita, che effettivamente non c'entra nulla, mentre il riferimento è al Fellini di Roma, un polpettone indigesto e insensato che una ex fidanzata mi costrinse a vedere in VHS in epoche lontane. E questo è uno dei motivi per cui non sono andato a vedere La Grande Bellezza. E poi Maradona. Ecco, Sorrentino non mi sta molto simpatico, ma questo è un colpo di genio! Con una fava ha preso due piccioni. Ha preso la critica fighettina de sinistra un po' snob e un po' caciarona che di Fellini non ha mai visto nulla, e se l'ha visto non l'ha capito, ma si prolunga in sproloqui sul cinema intellettuale d'autore, e poi ha preso il resto del pubblico allo stomaco, con Maradona. Il simbolo del riscatto, della furbizia non napoletana ma tutta italiana, del colpo di mano che aiuta il genio. Abbiamo tutti il genio di Maradona, pensiamo in cuor nostro, ma per qualche motivo non riusciamo a esprimerlo. Le nefandezze, le bassezze, le cattiverie che hanno caratterizzato una parte della vita e della carriera di Maradona avvicinano la divinità all'essere umano. Grazie a esse la nostra parte più istintiva pensa in qualche modo di potergli stare accanto, se non altro perchè siamo biologicamente simili. E poi l'idolatria che coinvolge tutti i suoi appassionati. Attenzione, qui Sorrentino dimostra di essere un autore, di saper scegliere bene cosa dire, come dirlo e quando. Solo che, come avviene troppo spesso ai nostri talenti in epoca contemporanea, lo dice per autocompiacimento. Il meccanismo culturale principale italiano è l'autopromozione. Fazio fa Sanremo non per fare Sanremo ma per autopromuoversi. Saviano descrive manovre occulte e criminali ma in fondo pare dire: guardatemi come son costretto a vivere, e così vende di più. Moccia continua a scrivere le sue cose insulse per adolescenti decerebrati ma è bravissimo nel farlo, e continuando a farlo autoproclama la sua leadership nel settore. Ma la domanda è: dove è diretta la cultura italiana? L'oscar a un film italiano, a prescindere se ci piaccia o no, se siamo d'accordo o no, è un grande strumento di promozione della cultura italiana, quella che a detta di tutti dovrebbe essere il motore principale del paese. Ma qual è la cultura italiana di oggi? Cercare una risposta mi mette i brividi. "Con la cultura non si mangia" dichiarò Giulio Tremonti in un tristissimo giorno del 2010. E il punto è che aveva ragione. Non perchè il settore della cultura sia da vedere come un buco in cui infilare i soldi per dar da mangiare agli operatori culturali che altrimenti non saprebbero come vivere, se fossimo un popolo intelligente sarebbe tutto il contrario. No, aveva ragione perchè, di fatto, in Italia con la cultura non si mangia, anzi si muore di fame. Assurdo, eppure vero. L'Italia non è in grado, come dimostra quotidianamente, di valorizzare il proprio patrimonio culturale, non ha un'industria culturale. Dunque, tirando le somme, delle dispute da pianerottolo tra quelli che osannano il film e quelli che lo denigrano non me ne frega niente. Piuttosto, in questo grande buco nero rappresentato dal settore culturale italiano, in cui non c'è un indirizzo preciso, non ci sono correnti, non c'è cooperazione, non c'è un'industria strutturata ma solo operatori isolati che per sopravvivere e per mentalità si attaccano al fondo di turno senza minimamente pensare ad autosostenersi, a chi giova l'oscar a La Grande Bellezza, oltre che a rinforzare le tasche di Sorrentino?

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