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Pubblicato da IlReCenZore

The Wolf of Wall Street

The Wolf of Wall Street

Non sono mai stato troppo incline alle sostanze psicotrope. Non per ragioni moralistiche o bacchettone, al contrario sono sempre stato affascinato dai racconti di chi, nella realtà come nella fantasia, da Aldous Huxley a Sherlock Holmes, ha utilizzato il proprio corpo come territorio di prova di esperienze sensoriali estreme. Il punto è che quelle poche volte in cui ho provato ad avvicinarmi, in età adolescenziale, alle droghe, il risultato è stato un malessere di ansia e paranoia diffusa. Insomma una cosa brutta. Da non continuare. Per altro, dico io, le droghe potrebbero pure essere un giochino divertente se non fosse per la loro insita controindicazione: creano dipendenza. Nonostante tutta la propaganda, giustamente, dica il contrario, c'è tuttavia chi riesce a gestire perfettamente il proprio fisico e la dipendenza dalle droghe. Rockstar, attori, finanzieri e personaggi vari sarebbero il testimonial ideale di una campagna a favore delle droghe più disparate. Per non cadere in una campagna siffatta, molto divertente in realtà ma nei fatti distruttiva, fuori legge e dunque da condannare, il nostro caro amico Scorsese ha tirato fuori un film dai risvolti così grotteschi da sfiorare l'allegoria, anzichè l'apologia. Il lupo di Wall Street, il quasi quarantenne Leo Di Caprio, uno dei migliori attori di sempre che in Italia continuano criminalmente a doppiare come fosse un quindicenne, è un broker che al primo giorno di lavoro viene travolto nel nefasto Black Monday, e quindi finisce a gambe all'aria. Ma la sua brama di successo è inarrestabile, e riesce così a risalire la china, affamato com'è di soldi. La sua droga è il denaro, ed è la droga più distruttiva. I tossici, quelli che si bucano o fumano crack, sono dei disperati, son costretti a piccoli furti o altri squallidi crimini per racimolare qualche soldo per procurarsi una nuova dose. Chi è ricco, invece, chi è schifosamente ricco, chi come Leo nella versione Wolf of Wall Street guadagna più soldi di quanti ne riesca a spendere, non ha nessun problema. Il suo unico pensiero è fare soldi, e farne sempre di più. La sua droga è fare soldi. Punto. Aver fondato da zero un nuovo impero, basandolo su truffe più o meno legalizzate messe in piedi assieme a un nugolo di improvvisati avvoltoi, un team di grottesche scimmie ammaestrate in grado di gabbare anche la propria madre, serve solo a perpetrare fino al massimo limite raggiungibile la truffa. The Wolf of Wall Street è dunque la storia della dipendenza dai soldi di Jordan Belfort, realmente esistito e dal cui libro Scorsese ha tratto il suo film. Nel film, appunto, si racconta la parabola della tossicodipendenza da soldi di Belfort. All'inizio titubante, impaurito e intimorito dalle stravaganze di un mondo, Wall Street, in cui non è ancora entrato. Poi le prime esperienze e il primo brutto colpo, il Black Monday. Da lì, la decisione di fondare una società il cui scopo principale è, di fatto, truffare i propri clienti, e l'incontro decisivo con Donnie Azoff (il personaggio reale si chiama Danny Porush), interpretato da un eccellente Jonah Hill. Da lì, la parabola sale fino al suo apice, in una traiettoria fatta di eccessi, entusiasmi e sesso sfrenato. Questa parte del film è esilarante e divertente, ritmatissima e spregiudicata, piena di scene di sesso estremo ed esagerazioni incredibili. Jordan è diventato un guru, e il suo esercito di broker è tenuto in piedi da feste e festini, orgie e baccanali, perfino in ufficio. Semplicemente fantastica la scena in cui, in un casual friday, l'ufficio viene invaso da nani e ballerine (letteralmente) e infine da prostitute in stile Las Vegas. L'eccesso sfrenato conduce al punto di volta della storia. La dipendenza dai soldi comincia a creare problemi. L'FBI comincia a prendere Jordan e la sua assurda società di mira, i rapporti in famiglia, dopo l'abbandono della prima moglie e le schermaglie con la seconda moglie, la stupenda Naomi (Margot Robbie), si fanno sempre più tesi e insopportabili. Scorsese sul set con Leonardo Di Caprio e Margot RobbieJordan continua a soddisfare le proprie assuefazioni ma senza più quel gusto dell'avventura di un tempo. L'unica cosa che lo tiene in piedi è la continua fame di denaro, fino al disastro. Qui però il film si fa stucchevole, la storia comincia a fare acqua, come nella scena assurda del naufragio dello yacht, che pur rappresentando il grottesco non riesce a inserirsi degnamente nel contesto del racconto. Da lì in poi resistere per tutte e tre le ore di proiezione diventa dura. Il finale serba ancora qualche tocco di genio, come nella scena del country club, ma non tira più dritto filato come nella prima ora. Certo, come concordato con il sommo autore de LSDC, qui si incensano i vari sorrentini e poi ci si mette a discutere di Scorsese? Non sia mai. Di film "discutibili" come questo, ad avercene, in Italia!

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