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Pubblicato da Giuseppe Catalano

Lo aspettavamo tanto, e come spesso accade nelle grandi attese, la delusione è dietro l'angolo. Didascalico, autoreferenziale, complicatissimo, un affare da nerds. Ne avevo due seduti accanto a me, al cinema, e stavano in punta di poltrona a ridacchiare e sghignazzare in continuazione. Tutti gli altri ci avranno capito poco, pochissimo. Se l'amatissimo Tron, datato 1982, raccontava una storia appassionante toccando in maniera impressionante temi avveniristici come la rete, la realtà virtuale, la corrispondenza ideale tra il digit e la realtà percepita, questo orrendo sequel fa tutta una confusione incredibile senza un principio conduttore. Jeff Bridges, il cui alter ego digitale ha un'orribile look da playstation, è rimasto intrappolato dentro un mondo digitale, da lui stesso creato, ma tutti i legami, le applicazioni, i programmi, i loro autori, vengono spiegati a cazzo. Ma che è sto casino? Non si capisce niente, solo che i gialli sono i cattivi e i grigi azzurrini i buoni. Che poi vogliamo dirla tutta? Pure i sith hanno le spade rosse e i jedi le hanno verdi o blu... E poi 'Luke, io non sono  tuo padre'. Vabbè, sono ossessionato da Star Wars, lo vedo dappertutto. Ma qui non si capisce niente. C'è sto mondo digitale distopico che non è neanche cattivo. L'antica lotta tra l'uomo e la macchina diventa lotta interna perchè la macchina è estensione dell'uomo. E l'idea buona finisce qua. Per il resto una gran confusione visiva e narrativa. Non si capisce veramente nulla, sto sfondo nero con i neon colorati e le lucine che schizzano. Poi sti dischi appiccicati sulla schiena, che sono dischi di backup ma anche armi per distruggere gli altri programmi - a chi ha l'antivirus più cazzuto? - e che non so come si trasformano anche in motociclette e automobili varie. A proposito, Ducati quanto ha sborsato? 
Se nel primo fantastico Tron la struttura del film era simile alla struttura di un videogame a livelli, questo maledetto Tron Legacy ha la struttura di un casino. Tutto è quello che non sembra. All'elemento distopico si aggiunge poi un intento pseudoreligioso tramite quelle applicazioni digitali spontanee che nascono in un mondo digitale quasi-perfetto. Da sole? E chi le genera? Nessuno, e l'antivirus, naturalmente le stermina. Tutte tranne una, che diventa una grandissima topa, checchè Lino ne dica. E sta specie di messia superstite diventa il quinto elemento di Besson, o qualche cazzata del genere, e finalmente fuori può guardare con i suoi occhioni neri il vero sole. Differenza tra digitale e analogico, tra pixellato e continuo, tra numeri razionali e numeri reali. Insomma un minestrone inutile.
E poi, se non hai presente a memoria il primo Tron, in questo non ci capisci proprio nulla. Insomma, chi l'ha scritto, Topolino? E lo sapevo. Quel maledetto sorcio so-tutto-io. Fatelo scrivere a Pippo, almeno. Sarebbe stato strampalato ma divertente.
Ok, non tutto il male viene per nuocere. A parte la gran topa di cui sopra, c'è una gran musica. Se Tron Legacy fosse un videoclippone ed esistesse un premio mondiale per i videoclipponi allora il film vincerebbe l'oscar per i videoclipponi alla musica e alla fotografia. Daft Punk formidabili, non c'è altro da dire. 
 

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