Overblog Segui questo blog
Edit post Administration Create my blog

Pubblicato da Giuseppe Catalano

Ci sono tutta una serie di ragioni per cui non sono andato a vedere Qualunquemente. La prima è che il cosiddetto tormentone, quest'eldorado della comicità, imposta dalle scuole di Zelig e Colorado, figlie di Drive In e lontane parenti del cabaret, lascia lo spazio che trova. Ovvero quello sconfinato di acritici professionisti della risata. I veri protagonisti sono loro, quelli seduti in platea, con la bocca spalancata e gli occhi scintillanti di lacrime da risata spremuta. Negli studi televisivi capita che si girino a parte gli stacchi sul pubblico, in cui con lo zelo di un impiegato delle poste il direttore di studio ordina di applaudire e di sganasciarsi dalle risate. Allora li vedete in quelle inquadrature, tutti a spellarsi le mani, a dare di gomito al vicino, a bocca spalancata. Talvolta, però, capita quello fuori posto. Ed è lui che fa molto ridere, per la verità. E' quello che si è incantato perchè magari sta pensando alla bolletta da pagare, o alla macchina in seconda fila, o chissà che altro. E quindi sta lì, fermo immobile, con la faccia annoiata, gli angoli della bocca all'ingiù, lo sguardo lontano. Capita che ci scappi un triste tra il popolo plaudente, e la dittatura della risata non è così efficiente da tenerlo fuori dalle inquadrature. Ecco, quello sono io. Sono io che dopo aver riso alla prima battuta, e sorriso le tre o quattro volte che nei minuti successivi si è riproposta proprio come le melanzane all'aglio, poi mi rendo conto che mi si sta prendendo per il culo.
E' una legge di mercato, e il cielo mi fulmini se ne parlo male in senso ideologico. E' ovvio, la storia lo insegna. Non sei nessuno, strisci sui palcoscenici dei locali più squallidi delle più squallide periferie, poi a un certo punto ti inventi un "fu-fu", una frase strana, un'espressione del volto che fa ridere e c'è subito qualcuno bravissimo a notarti e a catapultarti davanti a milioni di spettatori. La tua vita cambia da un giorno all'altro. Soldi, fama, simpatia. L'apprezzamento del pubblico che, dicono, è una droga. E devi tutto a quel "fu-fu". Come fai a non innalzargli un altare di platino tempestato di diamanti nel punto più frequentato di casa tua, quello dove è impossibile per chiunque venga a trovarti non notarlo? Come fai a non accorgerti che ormai il pubblico se ne sbatte le palle di sentire tutte le tue elucubrazioni notturne su come riuscire a far ridere, e magari farli anche pensare, riflettere, insomma generare un pensiero. No, a nessuno frega tutto questo. Loro vogliono sentirti dire il tuo tormentone. E nient'altro. E fanno benissimo a insistere. Da qualche parte credo esista un tariffario della battuta. Qualcuno avrà fatto il calcolo di quanto intascano a battuta. 
"Cchiù pilu pi tutti" è un tormentone, una cosa che originariamente fa molto ridere, poi fisiologicamente perde il suo vero appeal, e rimane sui denti scoperti  e negli addominali affaticati del pubblico pagante. Peraltro non dobbiamo mica star qui a fare la biografia di Cetto La Qualunque o la critica alla comicità di Albanese. Quella è acclarata. Fatto sta che Albanese, formidabile in tv nei suoi personaggi, al cinema è sempre stato noioso. Qualcuno si ricorda un film uno veramente riuscito?
Ecco solo un paio di motivi per cui non vado a vedere sto film. C'è però una faccenda gustosa e rappresentativa. Quella della lettera aperta ad Albanese di un tale che si chiama Peppe Voltarelli, che è l'autore di una canzone ripresa nel film, che ha fatto alle ore 12.54 del 27 febbraio 2010 ottocentottantaquattromilacentosettantacinque visualizzazioni su youtube. Nulla in confronto ai cinquemilioniquattrocentomila euro incassati al botteghino nel primo weekend di uscita (fonte Katia Riccardi). Però Voltarelli si è risentito perchè la riedizione di Albanese, e non è un caso se ho usato la parola riedizione, avrebbe infranto il valore originale della canzone. "Nello scorso luglio - racconta Voltarelli a Paolo Giordano - al nostro editore dalla produzio­ne del film è arrivata la richiesta di poter utilizzare quella canzo­ne. Va bene - è stata la risposta (dell'editore?) - poi ascolteremo il risultato. Almeno questa era la nostra intenzione". Dunque Voltarelli era d'accordo con l'editore, a quanto pare. Solo che da luglio in poi, silenzio. Fino al 22 dicembre, quando Voltarelli ascolta la versione definitiva di Albanese e rimane sorpreso. Faccio man bassa dall'intervista di Paolo Giordano dove si scopre che: "Albanese ne ha fatto una sorta di parodia senza avvi­sarci. Io sono lontano da quel ti­po di canzone. Diciamo che Cetto si è mangiato il vero signi­ficato di Onda calabra". E' ancora Voltarelli a dire: "Questa canzone parla di im­migrazi­one in modo che io cre­do sottile e poetico. L’onda cala­bra è una sorta di speranza, un modo di rappresentare noi ca­labresi in giro per il mondo. D’altronde,nella versione origi­nale, il ritornello è in tedesco, quasi a rappresentare come parlano e cosa sognano i nostri immigrati là".
La cultura popolare calabrese pesca da decenni nel laghetto emozionale dell'emigrante nostalgico. Ma senza voler dare giudizi di valore, chè manco sta canzone abbiamo mai ascoltato in nessuna delle sue versioni, abbiamo tutto per poter rappresentare la situazione sotto un'unica parola: pressapochismo.
E' pressapochista la produzione del film, e a metterci la faccia sono prima Albanese e poi Procacci, se davvero ha richiesto la canzone e poi non ha fatto ascoltare la nuova versione all'autore per riceverne l'autorizzazione a usarla.
E' pressapochista l'editore della canzone, che non viene mai nominato, se davvero ha fatto quella esplicita richiesta e poi non si è più curato dell'affare.
E' pressapochista l'autore se non si è assicurato dell'operato dell'editore della canzone e del produttore del film.
E, pressapoco, mi viene anche da sorridere pensando alla reale e ragionevolmente indubitabile buona fede del Voltarelli. Che non reclama rifondimenti o diritti (sebbene sarebbe stata ottima occasione per approfondire la questione sui diritti d'autore ed editore), anche se dubito non ne intascherà. Non richiede nemmeno assurdi e irrealizzabili passi indietro, visto che tutto ormai è fatto. Ma si augura un "risarcimento poetico". "
Mi piacerebbe - dice infine Voltarelli a Paolo Giordano - immaginare un progetto per questa terra ca­labra, per sganciarla da quello che tutti pensano, dalle imma­g­ini degli omicidi davanti ai seg­gi elettorali, dal malaffare. Fac­ciamo qualcosa per premiare i calabresi meritevoli e per ac­cendere una luce di speranza in più". Insomma, vogliamo tutti una Calabria normale. Solo, come fa a disegnare una Calabria normale chi, evidentemente, nella sua testa la vede nella stessa maniera con cui descrive la sua presunta immagine da rotocalco minzoliniano espressa dai media e dalla pubblica opinione? E allora sì che alla fine è meglio immaginarla con "Cchiù pilu pi tutti". Tanto tutto il resto non interessa a nessuno.



Commenta il post