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Pubblicato da Giuseppe Catalano

Tante cose in questo film, così tante che sicuramente faremo casino nel cercare di dirle tutte. E', credo, il miglior film di Takeshi Kitano come regista, e prende spunto da un personaggio letterario giapponese portato sul grande schermo ben 26 volte prima di Kitano, in una lunga serie di film a partire dal 1962 all'89. E' la storia di un vendicatore, un paladino della giustizia, un supereroe cieco, o forse no, che con la sua katana camuffata da bastone vaga da villaggio in villaggio per smascherare le ingiustizie e massacrare i cattivi. Magicamente interpretato da Kitano, Zatoichi è l'eroe del west, non a caso si ispira a quello stesso Kurosawa dal cui capolavoro fu tratto I Magnifici Sette, è Zorro, è Capitan America o meglio Daredevil. Peccato che di quest'ultimo abbiano fatto un solo film fermandosi davanti alle poche vendite mentre portava spunti illuminatissimi. La scena di Daredevil che usa la pioggia per vedere è un piccolo capolavoro di cinema. E così anche la scena di Zatoichi che sotto la pioggia trafigge nemici. E poi i colori, tutto su un tono di grigio verdolino molto rurale-medievale, tranne il sangue così rosso e scintillante. Una cosa che forse hanno copiato quelli di Sin City. E le storie sono molto alla Sin City. Il vendicatore senza macchia e senza paura, la coppia di fratello e sorella che si fingono entrambe femmine e vanno in giro per la regione prostituendosi a caccia dei malvagi che hanno massacrato loro la famiglia. Roba da Kill Bill. Il nipote scapestrato che gioca tutto ai dadi e la zia disperata che lo accudisce. Il pazzo del villaggio che va in giro nudo, correndo, lancia in resta, con un grido sovrumano, ma non fa male a una mosca. E l'esercito di nemici che Zatoichi fa fuori uno dopo l'altro con mosse rapidissime, spettacolari, sanguinolente. Fino all'ultimo nemico. Un Samurai che si è messo al servigio del più cattivo per poter avere i soldi in modo da curare la moglie malata, e che muore in una scena sorprendente in cui Zatoichi cambia in un istante le carte in tavola e lo fa fuori. Il tocco di Kitano alla regia è immacolato. Storie assurde e impossibili che però trasudano umanità. Personaggi parodistici eppure iperreali. E per finire le musiche, incredibili. Bellissime, moderne, nonostante l'ambientazione medievale, e con un finale entusiasmante. Un insieme di percussioni suonate in una festa del villaggio a ritmo incredibile. Roba da far sfigurare una batucada delle favelas. E il tocco finale: il vecchio vendicatore che abbandona il villaggio e inciampa in un sasso e dice "apro gli occhi e non vedo niente". Come non essere d'accordo.




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