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Pubblicato da Giuseppe Catalano

Lo abbiamo citato spesso e alla fine non potevamo non parlarne. I Sette Samurai è il film a cui è ispirato I Magnifici Sette, che ne trasforma un po' alcune cose rendendolo un pasticcio occidental-moralistico, ma solo a tratti, per fortuna. I Magnifici Sette sono, vado a mente, Robert Vaughn, Yul Brinner, Steve McQueen, Charles Bronson, James Coburn e altri due che non mi ricordo. Uno è un giovanotto che fa quello sconsiderato che si salva sempre per culo e si innamora della ragazza. L'altro è un gran personaggio, che vive il massimo del suo ruolo proprio mentre muore, colpito dai nemici, e in grembo a un compagno gli dice: 'raccontami che non sono morto per questo villaggio squallido, dimmi che c'è qualcos'altro'. 'Cosa?' Gli chiede l'altro. E lui: 'c'è l'oro nelle colline vero?' 'Si'. 'Quanto oro?' 'Tanto oro, tanto da ricavarci mezzo milione di dollari'. 'E quanto fa a testa?' 'Circa 70mila a testa'. Allora il moribondo pronuncia il massimo che una sceneggiatura possa mai contemplare. 'Mi venisse un colpo', fa. E muore. E l'altro: 't'è già venuto'. Il massimo del cinema mondiale, raggiunto da un film che scade in momenti di moralismo e prevedibilità a tratti noiosi. Memorabile come sempre il ruolo del cattivo che nel west è Eli Wallach, non si scappa, ma a uscire letteralmente fuori dallo schermo sono Yul Brinner, con quel suo volto spigoloso e lo sguardo penetrante incastonati nella rotondità del cranio, e Steve McQueen, che può anche sbadigliare ma attira l'attenzione qualsiasi cosa faccia, in un ruolo che, secondo me, ha ispirato il personaggio di Trinità. Del resto è facile immaginare che lo stesso Sergio Leone ne abbia immaginato il seguito.
Nell'originale di Akira Kurosawa, però, c'erano elementi chiave nel farne un capolavoro, che qui vanno perdendosi. L'attesa della battaglia finale, il fatto di aver saputo tramutare in ironia il contrasto tra commedia e tragedia, differenziazione che nella cultura orientale non esiste, e l'umanità dei personaggi. Qui invece non ci sono personaggi, ma caratteri. E il pistolotto finale del vecchio è veramente appallante. Così come la figura di Charles Bronson, Bernardo O'Relly, un mezzo messicano mezzo irlandese che sculaccia i discoli bambini peones. Certo, una proiezione del villaggio globale, delle mescole di etnie simbolo del conflitto di culture, risolto qui buonisticamntecon un volemose bene alla hollywoodiana, ben lontani da panorami, per dire, alla Spike Lee. Ma altri momenti come quello su raccontato valgono il prezzo del biglietto, come Steve McQueen che si stupisce che il giovanotto porti in sella una ragazza senza nemmeno provarci, e poi va da un bambino peones e gli chiede se per caso non ha una sorella. A ben giudicare, lo spirito originale del film, quello divertente, scanzonato, è lo stesso di Trinità. Ne parleremo, per forza. L'elemento che probabilmente più di tutti ha fatto il successo di questo film, comunque è la colonna sonora. A tratti orientaleggiante, a voler richiamare l'originale giapponese, la musica esplode in una cavalcata valchiriana irresistibile, che sottolinea l'epopea del west, presente in un lungo e largo filone di western di Hollywood, e che vi rimane in testa per ore e ore e ore dopo l'ultimo titolo di coda. E' uno dei capolavori di uno dei maggiori compositori di Hollywood, Elmer Bernstein, nessuna parentela con Leonard, che ha scritto anche le musiche per L'uomo dal braccio d'oro, I Dieci Comandamenti, La Grande Fuga, Il Grinta, Animal House, le parti orchestrali de The Blues Brothers, Un Lupo Mannaro Americano A Londra, Una Poltrona per Due, Ghostbusters, e perfino Wild Wild West. Non vi basta? Ve lo meritate Giovanni Allevi...


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