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Pubblicato da Giuseppe Catalano

Che ci sia qualcosa di atavico, di ancestrale nel terrore che si prova verso qualcosa di poco conosciuto, di molto potente, di letale, non arrivo certo a dirlo io nel 2010. E in realtà già Spielberg nel 1975 non era certo il primo a ribadire questo concetto. Eppure, rubando qua e là nell'immaginario collettivo, nel cinema, nella letteratura e aggiungendoci la sua raffinatissima sensibilità e il marketing, il buon Steve ha tirato fuori un capolavoro assoluto. Un film che esce dal tempo e rimane piazzato nella mente di tutti quanti. Un capolavoro di sceneggiatura, immagini girate,  montaggio, curato fin nei minimi dettagli, non ultima la colonna sonora. Tutto basato sul terrore. Un film che prima di rimanere nella storia ha segnato un'epoca: anche il subacqueo più esperto, l'etologo più appassionato, il surfista più spericolato, tutti quanti dopo aver visto Lo Squalo hanno dovuto attraversare un momento di riflessione prima di affrontare il blu. Chi ci è passato lo sa: sei lì, in mezzo al niente, al largo, su un gommone o una barca e stai per tuffarti. Non vedi terra o se la vedi è molto lontana, e non c'è gran traffico di imbarcazioni (il 99% di possessori di patente nautica è marinaio da rada) e allora rimani lì, con un piedino ancora fisso e gli occhi ancora più fissi su quel blu intenso, avvolgente e infinito. Ai più spiritosi viene in mente il motivo della colonna sonora principale del film, i più cagoni se ne ritornano in coperta. Ma a tutti viene in mente l'immagine di quel mostro (quello del film è un vero mostro, quelli reali assolutamente no) che si avventa su qualsiasi cosa stia a pelo d'acqua per farne strage.
Chi rimane alla prima impressione per cui Lo Squalo abbia contribuito a generare nell'umanità l'odio verso questi animali, però, sbaglia. Lo Squalo affronta in maniera unica il terrore. E come in ogni racconto che si rispetti il terrore viene trasferito in un personaggio. Il personaggio. Il capo della polizia Martin Brody (Roy Scheider), lo scienziato Matt Hooper (Richard Dreyfuss), il vecchio marinaio di Melvilliana memoria Quint (Robert Shaw) sono tutti gran personaggi. Ma il vero e unico protagonista del film è lui. Il terrore. Lo Squalo. Avrebbe meritato anche l'Oscar (oltre i tre già vinti), ma ve lo vedete il pupazzone a Los Angeles a ritirare la statuina? Avrebbe dovuto sbranare anche il presentatore, per lo meno.
Arraffando a piene mani da tutto Hitchcock (come credo faccia in più o meno tutti i suoi film), Spielberg ha tirato fuori un racconto basato semplicemente sul terrore, quello che ti prende e ti paralizza e ti lascia fermo, inerme, mentre tutto intorno a te comincia a crollare e inesorabilmente arriverà a inghiottire pure te. Il terrore però se fosse costante diventerebbe velocemente letale per chi lo subisce e noioso per lo spettatore. E allora Spielberg cosa fa? Lo trasforma in ossessione. Il film è un concentrato di ossessione e terrore verso qualcosa che non si vede, non si sente, e di cui si vedono solo i segni lasciati tramite un'arma letale. I morsi. D'altronde gli squalologi sono chiarissimi: predatore perfetto, l'unico che non ha subito chiari cambiamenti evolutivi nell'ultima milionata di anni, file di denti affilati come pugnali, anche la pelle è abrasiva, organi affinatissimi per scovare una goccia di sangue in cento milioni di metri cubi d'acqua, per sentire il movimento di una preda in panico. Arriva dal nulla, colpisce in un milionesimo di secondo, e sparisce.
Poi dall'altra parte c'è chi è arrivato ad altre conclusioni. Il comandante Bucher sostiene che lo squalo non è un animale coraggioso. Basta minacciarlo per allontanarlo. 'Na parola. Bisogna avere l'esperienza, il coraggio, l'incoscienza e la follia di un pioniere di terra cielo e acqua per azzardarsi minimamente a poterlo fare. L'uomo comune ha paura della propria ombra. Lo squalo sarà pure un animale poco coraggioso, ma l'uomo è ancora più fighetta. E ha bisogno di un assolutamente abnorme, ingiustificato, superstizioso e religioso terrore.


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