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Pubblicato da Giuseppe Catalano

"Gli Irlandesi sono i più negri d'Europa, i Dublinesi sono i più negri di Irlanda e noi di periferia siamo i più negri di Dublino, quindi ripetete con me ad alta voce: Sono un negro e me ne vanto!". Ah, bei tempi quando si poteva ancora dire la parola "negro" senza essere tacciati di razzismo. Che, come spesso accade, sta nelle orecchie di chi ascolta più che nella bocca di chi parla. E visto che dobbiamo parlare, parliamoci chiaro. La storia di una band soul messa in piedi in 15 giorni con gente che fino al giorno prima al massimo suonava il campanello del pusher di quartiere, e che dopo 15 giorni fa il suo ultimo concerto a cui per un soffio non partecipa Wilson Pickett è una bufala bella e buona. E per tornare alla frase del film che ho citato sopra, è un concentrato di cazzate. Gli irlandesi non sono i più negri d'Europa (ben prima che si potesse ventilare l'ingresso in UE della Turchia, c'erano marsigliesi, cadicesi, napoletani e calabresi). Tutto quello che segue è quindi falso, per logica.
La storia è quella di un gruppo messo su da un tizio che non fa assolutamente nulla nella vita in una città che ha una tradizione musicale ben lontana dal soul, in un periodo in cui il soul è già bello che dimenticato. Boh.
Eppure The Commitments è proprio un bel film. C'è lo stile classicamente britannico e asciutto di Sir Alan, c'è la voglia di emergere, c'è qualche bella gnocchetta, c'è il duro, il pazzo picchiatore, i ragazzi di periferia ladruncoli e spacciatori, il mitico padre innamorato di Elvis, il sedicente trombettista di ritorno da partecipazioni sfolgoranti negli USA e la sbiadita madre.
Tutto sembra ruotare attorno al sogno che rischia di diventare realtà e ci arriva vicinissimo prima di naufragare. Qualcosa che negli anni 80 pareva davvero a portata di mano per chiunque. Potrebbe essere benissimo la storia dei Sex Pistols, con più pìsenlov e meno scaracchi al pubblico, ma direi che ci siamo. Il cantante brutto volgare e puzzolente è una storpiatura efficace del Riccardo III a cui si riconduce il frontman che non sa cantare ma che ha un'idea rivoluzionaria (in tutti i sensi tranne che politico) Johnny Rotten.
L'approccio alla musica è identico. Gente che non sa suonare, in un panorama dominato da U2, Sinead O'Connor e Cindy Lauper, si dà alla musica soul. Come se da un momento all'altro uno si possa alzare e dire: domani guido una Formula 1. Magari senza aver mai guidato nemmeno un triciclo. Che non è poi detto che non ci possa riuscire, anzi. Però... Non puoi manco dire che sia la forza trainante della musica. Oddio, parlo per me eh. Sentire cover improbabili di Otis Redding, di Aretha Franklyn e dello stesso Wilson Pickett  mi crea tutt'altro che un brivido di piacere, ma magari al pubblico piace. Si comprano Allevi e Bublè, sono capaci di tutto. 
L'efficacia del film, invece, sta tutta nel dialogo finale tra il protagonista Jimmy Rabbitte e il sedicente trombettista 'Lips' Fagan. Tutto è andato a puttane e Jimmy torna a piedi verso casa e viene affiancato da Fagan, che a un certo punto dice qualcosa del tipo: "quello che abbiamo fatto è grande non perchè abbiamo rischiato il successo, ma perchè abbiamo fatto credere ai ragazzi di essere qualcosa in più di quello che sono". Più o meno era così, adesso magari i filologi verranno a correggerre qualche virgola o il senso di tutto. Ma per me il punto è che il film, uscito nel 1991, è uscito postumo. E' uscito quando la voglia di emergere che aveva contraddistinto il decennio precedente era già in declino, e poi è morta. Non voglio fare il nostalgico, non lo sono. Ma la luna vista da lontano è molto più bella di quel po' di terra e polvere che si ritrova ancora sotto gli stivali di Neil Armstrong.

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