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Pubblicato da Giuseppe Catalano

Questo è un film niente male che è passato forse un po' troppo inosservato l'anno scorso, assieme a un'altra pellicola di genere che ripropone un volto classico del cinema d'azione in una veste particolare. Anche di quella parleremo. Ma concentriamoci su Fuori Controllo, per il quale l'umanità dovrebbe rendere grazie al regista per aver tolto Mel Gibson da dietro la camera da presa e averlo messo davanti all'obiettivo, a reinterpretare l'eroe di Arma Letale qualche anno (decennio) dopo. Il Melone invecchiato aggiunge con l'età un tocco surreale al suo personaggio, somigliando al protagonista di un romanzo di Graham Greene. La scena iniziale di gioioso ritrovamento familiare è solo il preludio per un bel pugno dello stomaco che arriva a sconvolgere tutto. Non manca nulla: spionaggio industriale, inseguimenti mozzafiato, morti e sparatorie, misteriosi killer, il cattivissimo presidente di una multinazionale, Mel Gibson che più va avanti il film e più tagli ha sul viso.
L'azione da cui parte poi tutto il film, il pugno nello stomaco, porta a una riscoperta della vita di una persona cara, della quale il forte legame familiare ci aveva finora precluso alcuni aspetti invece fondamentali. Per questo intento del film la mente va al capostipite di questo genere, l'ottimo Hardcore interpretato da George C. Scott, anche lui un duro ritornato sullo schermo a interpretare il padre compassionevole. O anche Snuff Killer, un po' meno psicologico e molto più cafone.
Comunque, anche la coproduzione britannica di Fuori Controllo dona al film quel tono di eccentricità psichedelica anglosassone, che nella trama si esplica appieno nel fantastico personaggio di Darius Jedburgh interpretato da Ray Winstone, il deus ex machina della trama.
Mel Gibson dunque va alla ricerca dei cattivi che gli hanno ucciso la figlia, compiendo contemporaneamente un viaggio nel recente passato di lei, e scoprendo l'inaspettabile. Alla fine i cattivi sono sempre quelli meno sospettabili, che coabitano le grandi stanze ai piani alti nel palazzo del potere, ma la nota gradevole è che invece di quella rassegnazione un po' da sfigati, nel film c'è una sorta di accettazione dello status quo, pur senza rinunciare alla ribellione. Mel non è il cavaliere senza macchia e senza paura che va a sconfiggere i cattivi. E' invece l'eroe/antieroe ignaro, proprio alla Graham Greene, che si vede travolto dagli eventi, dei quali ci capisce ben poco, finchè non arriva Jedburgh a mettere ordine, pur lasciando tutto ammantato dall'alone di mistero che circonda tutto il film fino all'amaro, ma giustissimo finale. Lo stesso Jedburgh non è sicuramente buono, ma nemmeno cattivo. E' il personaggio più affascinante della storia, che tiene due piedi in due scarpe, ubbidisce a degli ordini ma è anche in grado di interpretarli. E' colto ma brutale, è il prototipo più avanzato del genere umano, di quelli che non cede alla compassione portata da una morale forzata ma che sa accettare il mondo e comportarsi di conseguenza. Più semplicemente, è uno che fa il suo lavoro, "il killer illuminato", e lo fa meglio di chiunque altro. Il finale, dicevamo, è amaro. E non lascia nulla di diverso rispetto a quanto si supponeva all'inizio del film. Ma durante quei 108 minuti, per lo meno, si è svolta una bella storia.

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